Alphēus & Arethūsa



Nel fango si foggia il nostro racconto, nelle acque si conclude.


...


Dal fango si svelò la bellezza di Arethusa, incantevole seduttrice del fiume Alpheus, ove la ninfa si bagnò dispiegando le virtù.

Egli, dal prodigio, si fece uomo per averla; ella, per sfuggirne in corpo, mutò in acqua inabissandosi via.

Alpheus la raggiunse, di nuovo acqua traboccando in Ortigia, dove Arethusa l’accogliea già fonte.

Insieme non nella forma, ma nell’elemento. Gemelli, primordiali e distinti. 

Mai si unirono per ancora esistere in due, simmetrici e complementari. Sempre scorgendosi in quell’istante infinito, svanito, perpetuo, che li contempla confondersi allo scintillio del mare e a tutto il resto, ormai materia e oblio.



Alpheus erà lì, la melma dei suoi abissi sovrastava e schiacciava, ma sempre ne era confinato. 

Non alla fonte, da cui iniziava il ricordo, né alla foce, cui terminava.

Un’ampia regione egli trascorreva, vita e rifugio donava.

Arethusa dalla terra si mosse, nel vento.

Mirata e ad altro tesa, ella infine si lasciò.

Il respiro venne d’un tratto, abbondante. Pazientemente lo attese, fissa e distesa.

In opposto alla venuta dell’uomo, cruenta e impulsiva, Arethusa giunse adagio, stringendo.


Il viso infangato bastava a negarla.

Si accostò alle limpide acque, prima con un piede, poi con una, due mani, queste sino al volto.

Viaggiatore, ove approdi, acqua dolce avida.

Scivolate le vesti di fango, si immerse, scovrendo la perfetta sua immagine.


Fu la maschera a scuotere Alpheus, negativo di beltà.

Dondolando a riposare nel profondo, essa lo sfiorò, sussurrando quale bellezza avesse custodito.

Alpheus si rivolse intorno bruscamente. D’un riflesso ripassò al pelo l’acqua, in lungo e in largo. 

S’ingorgò infine a vagheggiare, e in attesa di qualcosa sperare.

Incapace di intuire evoluzioni si inghiottì, mentre la maschera fatalmente in lui si arrendeva dissolvendo la propria effige.

Si era chiesto, in passato, quali forme avrebbe potuto assumere la bellezza, mai ne aveva concepito profili mirabili. 

Volle dimenticare l’eccedente per un intorno di tempo, nulla vi era accaduto prima.

Un silenzio trasparente oscurò le acque del fiume.


Come subito, un brulichio divertito di acqua che solletica curve inusitate, lo ridestò.

Immensa coperta cui lui domina le geometrie, scorrendo lungo le periferie ed entro esse insistendo, Alpheus percepiva l’intero letto di fiume.

In quel subito, lo sguazzare e strattonare delle acque non lo interessò, l’indispettì.

Si presentò al cuore della palpitazione e vi scorse l’inaudita bellezza, candore cui splendean le acque.


- Arethusa! -


Alpheus la nominò.

Fiume che si disseta.


- Arethusa bella! -


Ma lei non lo sentiva ancora, piuttosto le acque d’un gesto nervose, robuste, avvolgenti oltre modo. 

Come tentacoli minacciosi divenivano i voluttuosi rivoli con cui stava appena giocando.


- Non andare! -


Esplose impotente Alpheus, affinché non ripugnasse l’abbraccio tremolo delle innocenti acque dove in grazia e soavità era sua sponte entrata.

Quale colpa, eppur di chi, se l’assenza manifesta nel suo bozzolo di fango trattenne lui distratto.

Adesso e qui, riconosciuta e folgorato, spaurita ardeva ella fuggire. 

Pianse Alpheus, dal dolore, dalla rabbia e dal destino, mentre lei si strappava fuori da lui.

La invocò mordendo, sino all’ultima parola lui padrone, lei straniera.

E ancora diverse, distorte lusinghe dalla rapida distanza.

Alpheus implorò contro la propria inconsistenza muta.

Pregò, Alpheus, lui che non aveva conosciuto desiderio.

Amò, Alpheus, di deviare verso altra forma.

Espugnò gli argini di fango che lo arrestavano e si fece carne.

Affatto contemplando il suo nuovo aspetto si scagliò tutto verso lei.  Presto ne ebbe ragione. 

Arethusa tremava nelle sue vesti ritrovate fatte di nubi portentose.


- Oh Arethusa. -


Le rivolse povero di affanno.

Quieto la cinse da lontano. Piano Arethusa si placò.

Gli parve di poterla sentire sotto quella coltre nube, avvicinandosi poco a poco giusto che a lei. 

Ne assaporava il fiato, ne carezzava le membra sgonfie poi rigonfie, ma più le braccia a lei stringeva, più lei si costringeva.

Rimase sgomento quando, ancor echeggiandone il respiro, gli arti si chiusero su se stessi in seno alla nube.

Non venne tempo per chiedersi alcunché, pervaso e percosso dallo stesso brulichio fluido che una volta condusse a lei.

Senza pena mortificato il corpo, in un turbine si avviluppò, affidandosi al divenire. 


Meraviglia oltre i luoghi appartenuti, risorse acqua Alpheus, in Ortigia, ove Arethusa l’accogliea già fonte.

Insieme non nella forma, ma nell’elemento. Gemelli, primordiali e distinti.

Mai si unirono per ancora esistere in due, simmetrici e complementari.

Sempre scorgendosi in quell’istante infinito, svanito, perpetuo, che li contempla confondersi allo scintillio del mare e a tutto il resto, ormai materia e oblio.