Alpheus & Arethusa — Nuova versione 2027
Alpheus & Arethusa — Nuova versione 2027
Alpheus & Arethusa nasce nel 2014 da una ricerca sulla figura mitica di Aretusa, condotta attraverso racconti, testimonianze, rappresentazioni iconografiche e interpretazioni differenti. Da questa pluralità prende forma una propria versione del mito di Alfeo e Aretusa, concepita e realizzata attraverso i linguaggi viventi della scena.
Nella prospettiva poetica del progetto, la sorgente precede la ninfa. La metamorfosi narrata da Ovidio (Metamorfosi, V, c. 8 d.C.) viene letta nella direzione opposta: è l'acqua che assume un corpo, diventa ninfa e cacciatrice al seguito di Artemide, per ritornare infine alla propria natura acquatica. La trasformazione in acqua è un ritorno alla condizione che precede la personificazione di Aretusa.
Una lettura non esclude le altre e non conduce a una conclusione unica. Il mito è polisemico per natura: uno stesso racconto porta trame interpretative differenti, e miti distinti nel tempo tornano su vicende, luoghi e figure affini. La composizione scenica lavora dentro questa condizione, sovrapponendo trame che a volte citano racconti esistenti e a volte sono inedite. L'abbraccio di Alpheus è insieme il fallimento dell'incontro e il ritrovamento di sé; la liquefazione di Arethusa è insieme la fine del suo corpo e il ritorno alla sua natura; la danza finale è insieme un'unione e la permanenza di due corpi che non si toccano. Nessuna di queste letture annulla l'altra. La figura accoglie insieme le narrazioni che la precedono e quelle che la inventano, e da questa coesistenza viene la sua forza di immagine.
Lo spettacolo conduce Alpheus e Arethusa da una condizione originaria condivisa alla separazione, al desiderio, alla fuga e alla metamorfosi, fino al riconoscimento reciproco e a una danza finale in cui i due restano distinti pur costruendo una dinamica comune.
Dall'unità originaria al riconoscimento
La composizione segue i due protagonisti attraverso partiture che procedono in parallelo: le azioni dei due interpreti possono incontrarsi, divergere o influenzarsi reciprocamente, mentre immagini, voci e differenti tradizioni mitiche si intrecciano nella composizione scenica.
Lo spettacolo si apre su due corpi uniti da un contatto continuo tra le teste, in una condizione originaria dalla quale emergono progressivamente due presenze distinte: Alpheus come fiume, mondo acquatico abitato da altre presenze, e Arethusa che assume un corpo emergendo dal fango. Il fango è materia di confine tra terra e acqua, l'acqua che comincia a tenere una forma, e insieme ciò che sporca. Per il fiume è la materia contro cui difende la propria forma, quella in cui un fiume cessa di essere fiume; e appartiene a un altro episodio del ciclo, nel quale Artemide sfugge al corteggiamento di Alfeo coprendo di fango il proprio volto e quello delle ninfe, rese così indistinguibili.
Liberandosi del fango, Arethusa lascia dietro di sé il negativo del proprio volto. Sul letto del fiume si posa una maschera di fango. Per la prima volta quella materia porta la traccia di una bellezza che Alpheus non conosceva. A contatto con le sue acque la forma si dissolve inesorabilmente. La mano dell'interprete segue la maschera e insieme la impersona, accompagnandone la scomparsa. Il fiume, che prima rifletteva ciò che lo attraversava, comincia a immaginare e desiderare.
Nelle acque di Alpheus, Arethusa costruisce intanto la propria bellezza attraverso la danza, attraversando configurazioni tratte dalla storia iconografica della sua figura. Si compiace del proprio rapporto con la bellezza, ma prova anche imbarazzo per l'apprezzamento che suscita.
Alpheus si contorce nel proprio mantello, e la contorsione porta insieme più significati: l'avvolgimento del corpo che risale la corrente, il pensiero che torna ossessivamente al volto perduto e che egli visualizza per non dimenticarlo, l'eccitazione per la presenza di Arethusa nelle sue acque. Il mantello diventa una corda che lo costringe, una spada che lo trafigge e infine un limite da superare, che coincide con la sua stessa sorgente. Alpheus si getta oltre, acquista un corpo e passa nella dimensione di Arethusa. Ritrovatosi a terra, corre, ride e canta come un bambino.
Cerca poi la presenza che lo ha sedotto dentro il tessuto che rappresenta le sue stesse acque: lo afferra, lo getta a terra e non vi trova nulla, mentre Arethusa, che aveva tentato di proteggerlo, percepisce in lui una minaccia.
I due percorsi si sviluppano a lungo senza incontrarsi. I protagonisti condividono lo spazio senza vedersi, si influenzano senza riconoscersi, si parlano sostenendo versioni diverse della stessa vicenda prima ancora di essersi guardati. L'inseguimento conduce Arethusa alla nube di Diana, mentre Alpheus avanza per impulsi successivi, come dovesse superare un'inibizione al movimento. Uscita dalla nube, lei invoca Artemide con il canto e con un movimento che la spinge ripetutamente verso l'alto, come un cucciolo che cerca le braccia del padrone o un bambino quelle della madre.
La metamorfosi si compie poi in movimenti progressivamente disarticolati fino alla liquefazione al suolo; lui tenta di abbracciarla e finisce per abbracciare sé stesso. Poi striscia al suolo come un serpente fino a raggiungerla presso la sorgente, dove finalmente si riconoscono, e una danza avvolgente li fa ruotare l'uno intorno all'altra senza mai toccarsi, mentre le luci si spengono e il movimento continua.
Il tessuto accompagna l'emersione di Arethusa, diventa le acque del fiume e poi l'oggetto del conflitto. I padiglioni di grammofono richiamano i vasi delle rappresentazioni iconografiche delle sorgenti e delle divinità fluviali, introducendo insieme un riferimento al suono. Alla composizione partecipano dialoghi, canto, sospiri e una voce dal vivo dalla provenienza indefinita, che può assumere la posizione di Alpheus, quella di Artemide o rimanere distinta da entrambi.
Risonanze contemporanee
Lo spettacolo non porta messaggi e non attualizza il mito: contempla le figure e le rappresentazioni che le attraversano. Ma un mito è un linguaggio che invita a letture personali, e queste sono alcune di quelle che la sua materia rende possibili a chi guarda oggi.
L'acqua. I due protagonisti appartengono alla stessa materia e attraversano condizioni differenti: sorgente, corpo, fiume, liquefazione, ritorno. L'acqua non è qui un ambiente attorno ai personaggi, è ciò di cui sono fatti. Alpheus non possiede le proprie acque: le è, e quando afferra il tessuto che le rappresenta non vi trova nulla. In un tempo in cui l'acqua è oggetto di contesa, di prelievo e di scarsità, la condizione dei due protagonisti si lascia leggere come una relazione differente con gli elementi, fatta di appartenenza anziché di disponibilità — la stessa che le culture antiche riconoscevano alla sorgente attribuendole una dimensione sacra.
Il viaggio e la trasformazione. Nessuno dei due può muoversi restando ciò che è. Alpheus abbandona la condizione fluviale per assumere un corpo e raggiungere Arethusa; lei lascia il corpo in cui aveva costruito la propria bellezza e torna alla natura che lo precedeva. La sua fuga non nasce soltanto dalla paura: nel seguito di Artemide la ninfa non può congiungersi al fiume, e il destino che la dea le assegna è anche ciò che scioglie quel divieto. Entrambi raggiungono Ortigia in forma d'acqua, l'una diventandola, l'altro ritornandovi. La trasformazione che sembrava interrompere l'incontro è ciò che lo rende possibile.
La dualità. Alpheus e Arethusa sono fatti della stessa materia e vivono la stessa vicenda in due modi che non coincidono. Lui insegue, lei fugge; quando finalmente si parlano, ciascuno racconta una storia diversa. Entrambe le versioni sono vere senza essere assolute: condividono la verità con le altre interpretazioni possibili, e concorrono a un destino che i protagonisti insieme subiscono e vogliono.
Il contatto. Chi guarda oggi porta con sé un'esperienza del contatto che è cambiata: lo spazio condiviso si è assottigliato, la prossimità dei corpi è diventata meno frequente e più incerta. Lo spettacolo attraversa tutte le forme del contatto e della sua mancanza. All'inizio i due corpi esistono soltanto attraverso un vincolo fisico continuo. Poi si separano: condividono lo spazio senza vedersi, si influenzano senza riconoscersi, e l'abbraccio di Alpheus si chiude sul proprio corpo. La danza finale propone una relazione differente, nella quale i due sono vicini e interdipendenti pur senza toccarsi: il vincolo che costringe, la vicinanza che non vede, l'abbraccio che ricade su di sé, la prossimità che non chiede di fondersi.
Conoscere l'altro, trovare sé stessi. Alpheus non era qualcuno che desidera: lo diventa quando una forma proveniente da Arethusa cade nelle sue acque. Senza quella maschera resterebbe uno specchio. Arethusa, a sua volta, costruisce la propria bellezza danzando dentro il fiume, e ritorna alla propria natura perché è lui a inseguirla. Ciascuno è il luogo in cui l'altro si trasforma, e nessuno dei due ritrova un sé che esisteva prima dell'incontro. L'abbraccio che si chiude sul proprio corpo dice questa condizione in un gesto solo: Alpheus tende le braccia verso Arethusa e ritrova sé stesso, senza che si possa stabilire se abbia mancato l'altra o l'abbia raggiunta nel solo modo possibile. Ne emergono due domande che riguardano la relazione amorosa e ogni esperienza dell'alterità: quanto di ciò che cerchiamo nell'altro appartiene all'altro, e quanto proviene dalle immagini, dai desideri e dalle memorie attraverso cui lo guardiamo? E quanto di ciò che diventiamo incontrandolo non avremmo potuto trovare altrimenti?
La ripresa del 2027
A nove anni dall'ultima rappresentazione, lo spettacolo entra in una nuova fase di lavoro. La struttura generale sarà conservata, mentre alcune scene saranno riorganizzate e rielaborate.
Il lavoro coreografico approfondirà i percorsi individuali dei due interpreti, il dinamismo, la fluidità e il rapporto con il suolo, sviluppando in particolare l'ampiezza e la leggibilità dei gesti costruiti sul dettaglio. L'interpretazione teatrale e vocale sarà approfondita nella relazione tra corpo, parola, canto e respiro, in rapporto alle musiche originali eseguite dal vivo. La danza finale sarà elaborata nell'interdipendenza dei movimenti: due presenze distinte ma solidali che costruiscono una dinamica comune attraverso le proprie differenze.
Costumi, accessori e scenografia saranno rivisti verso una maggiore essenzialità visiva e un'estetica più contemporanea. Un dispositivo scenico più leggero faciliterà il trasporto, il montaggio e l'adattamento dello spettacolo a spazi differenti, anche non convenzionali o con dotazioni tecniche limitate.
Tematiche di ricerca
La ripresa si sviluppa in dialogo con una riflessione sulle figure della rappresentazione collettiva, che approfondisce l'approccio trans-narrativo già presente nella creazione originaria. Aretusa attraversa racconti, immagini, corpi, oggetti e forme di rappresentazione differenti, mantenendo una continuità attraverso manifestazioni che cambiano nel tempo. Nel corso della sua storia la figura si è adattata a contesti e supporti anche distanti dalla propria origine, cambiando funzione senza perdere la propria riconoscibilità.
Il lavoro del 2027 permetterà di interrogare ciò che la scena può apportare a questa continuità: come un racconto o una configurazione iconografica diventano movimento, come una figura attraversa un corpo, un gesto, un oggetto o una voce, quali trasformazioni emergono dall'incontro tra le rappresentazioni precedenti e le nuove scelte coreografiche, teatrali e visive. La ripresa interrogherà anche ciò che questa versione aggiunge alla storia delle rappresentazioni di Aretusa.
Crediti, dati tecnici e sostegni: vedi la pagina Info.